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Vi è mai capitato di partecipare ad un corso e di riscontrare difficoltà dovute a differenze culturali tra voi e la classe o all’interno della classe stessa? 

È proprio quello che è successo a Berlino.
Fare training  ad un gruppo multiculturale richiede un’attenzione extra nel modo in cui si interagisce e comunica, al fine di riuscire a trasmettere il proprio messaggio in modo efficace. 

Per indagare meglio quali fossero le migliori strategie da utilizzare mi sono confrontata con Maria Beatrice, esperta di Comunicazione Interculturale.

Maria Beatrice, con molto entusiasmo, mi ha aiutata a comprendere quali sono gli aspetti da tenere in considerazione. Ha costruito per noi una sorta di “percorso” a cui fare riferimento prima, durante e dopo i meeting.

Maria Beatrice, a quali segnali deve prestare attenzione un trainer durante la formazione di una classe multiculturale?

Seppur non sia possibile individuare dei segnali standard, validi per tutte le culture, cercherò di fare un po’ di chiarezza. La cultura è fatta dalle persone ed è in continuo divenire. È influenzata dagli avvenimenti, dalle interazioni tra loro e dalle caratteristiche di ogni individuo.

Tuttavia è possibile migliorare le capacità comunicative partendo da una consapevolezza della nostra cultura di provenienza. Spesso alcuni meccanismi che attuiamo automaticamente ci sembrano naturali, ignorando invece, che sono culturali.

Inoltre prima del training occorre informarsi sulle culture dei partecipanti per conoscere le specificità e le tendenze comportamentali che le caratterizzano.

Infine è essenziale allenare le proprie competenze interculturali, che, come insegna il professor Balboni dell’università Ca’ Foscari, sono sei: 

Saper Osservare, Relativizzare, Sospendere il Giudizio,  Ascoltare Attivamente, Comprendere Emotivamente e Negoziare i Significati. 

Queste abilità comunicative sono allenabili e tutti possiamo migliorarle in modo da diventare più sensibili nel captare i segnali delle persone con cui interagiamo e di conseguenza far veicolare i messaggi in modo più efficace. 

Quale atteggiamento consigli di tenere nel caso in cui la classe non sembri comprendere ciò che viene esposto?  

A mio parere la migliore strategia è quella di ridare importanza alle domande e all’interazione con la classe. Tuttavia affinchè ciò sia efficace e veramente valido per i fini che ci proponiamo occorre creare un clima confortevole in cui le persone si sentano a proprio agio nell’interagire e nell’esprimere ogni parere e eventuali dubbi. Senza questa condizione è altamente probabile che i tentativi di interazione con la classe risultino fallimentari. 

Hai parlato di Sospensione del Giudizio, un tema spesso ricorrente anche quando si parla del metodo Agile. Cosa significa per te sospendere il giudizio? 

La nostra mente ha il vizio di catalogare ogni nuovo stimolo nell’immediato. Ciò comporta che tale stimolo venga associato a ricordi, nozioni e input, creandoci così un’idea prematura rispetto ad esso e quindi giudicandolo negativamente o positivamente che sia. 

Sospendere il giudizio per me, invece, significa restare ad osservare in modo  paziente il messaggio, isolandolo dalle connessioni del nostro cervello e dandogli l’opportunità di emergere nel modo più oggettivo possibile che prescinde da ciò che già conoscevamo.  

Come nasce la tua passione? 

Questa è una passione che nasce piano piano ed è un percorso in continua trasformazione. Tutto è partito da un grande desiderio di viaggiare e conoscere modi di vivere e pareri diversi dal mio.

Da lì mi sono appassionata alle lingue che mi permettevano di entrare in contatto con le persone che conoscevo. Mi sono quindi laureata in Russo e Portoghese alla Ca’ Foscari. Durante gli studi ho capito che la lingua non era altro che lo specchio del pensiero e di conseguenza della cultura, facendo il tutto ancora più interessante.

Poi è arrivata la comunicazione Interculturale che non smette di insegnarmi quanto in realtà la lingua sia solo una piccola parte del pacchetto della comunicazione.

Attualmente mi diverto a indagare e scoprire sempre di più su queste tematiche tramite corsi di formazione, letture e continui viaggi. Mi piace anche sperimentare il modo migliore per comunicare con persone di altre culture e applicare questa competenza a vari ambiti, come ad esempio il mio lavoro.

Mi occupo di vendite all’estero e ogni volta rimango piacevolmente sorpresa di quanta differenza faccia l’aver acquisito tali abilità comunicative.  

Non vedo l’ora di scoprire come si evolverà questa passione! 

Ci racconti  un’esperienza che ha messo in luce quanto ci hai spiegato sulla multiculturalità?

Avete mai tirato una torta di panna in faccia alla vostra prof. di matematica? A me è successo in una high school di Vancouver dove ho frequentato buona parte della quarta superiore e neanche lontanamente mi sarei aspettata di fare una cosa del genere.

Invece il 14 Marzo, conosciuto in Canada come π Day, si sfrutta l’occasione e l’assonanza di suono con la torta (pi/pie) per fare un simpatico gioco. I professori di matematica si mettono in schiera con le spalle al muro, indossando una tuta impermeabile e degli occhialini da piscina. Ai ragazzi vengono consegnati diversi bigliettini con problemi di matematica. Se lo studente riesce a trovare la soluzione può tirare una torta al proprio insegnante! Non funzionava così nel mio liceo scientifico in Italia. 😊

Tutto della scuola canadese mi sembrava il contrario che a casa. In Italia si studiavano le dimostrazioni per arrivare alle formule e quindi riuscire a risolvere un problema.

In Canada, invece, si partiva da un problema e si cercava di ricavare la formula durante la risoluzione stessa. Le materie venivano scelte dallo studente insieme ad un consulente che lo affiancava e alcune potevano essere anche di svago. Fisica veniva fatta solo in laboratorio con poche formule ed esercizi, ma tanta pratica ed esperimenti. Storia era studiata in modo interattivo paragonando per esempio i presidenti canadesi a quelli americani e discutendo delle nostre opinioni rispetto alle decisioni diverse che avevano preso.

Erano ormai dimenticati gli infiniti capitoli da studiare e Il perché diventava quasi più importante del cosa. 

Maria Beatrice ha centrato molte delle qualità e delle tecniche che un facilitatore può mettere in campo per consentire una trasformazione Agile alla sua azienda. È stato un piacere parlare con lei e condividere un feedback rispetto ad una attività lavorativa che mi porta sempre più a confrontarmi con culture e persone diverse da me.

Che ne pensi? Se stai già pensando a chi vuoi  tirare una torta in faccia fai attenzione: puoi farlo solo dopo che avrai trovato una soluzione!

TAGS:agile
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